|
|
|
|
|
C'era una
volta una straordinaria gallina che faceva un uovo
d'oro al giorno. Il contadino a causa della
sua avidità dopo qualche tempo non fu più
soddisfatto dell'unico uovo che la gallina
puntualmente gli sfornava:
"Scommetto che se la
uccidessi diventerei ricchissimo, chissà quanto oro
ha dentro la pancia, è inutile stare ad aspettare un
misero uovo al giorno!" pensò convinto. Ma dovette accorgersi che
la prodigiosa gallina non era affatto diversa dalle
altre e che dentro di lei non c'era dell'oro come
aveva scioccamente immaginato.
|
|
C'era una volta un asino
stanco che non se la sentiva di camminare fino alla
stalla.
|
|
|
|
|
|
Mentre un leone dormiva in
un bosco, topi di campagna facevano baldoria. Uno di
loro, senza accorgersene, nel correre si buttò su
quel corpo sdraiato. Povero disgraziato! Il leone
con un rapido balzo lo afferrò, deciso a sbranarlo. Il topo supplicò clemenza:
in cambio della libertà, gli sarebbe stato
riconoscente per tutta la vita. Il re della foresta
scoppiò a ridere e lo lasciò andare. Passarono pochi giorni ed
egli ebbe salva la vita proprio per la riconoscenza
del piccolo topo. Cadde, infatti, nella trappola dei
cacciatori e fu legato al tronco di un albero. Il
topo udì i suoi ruggiti di lamento, accorse in suo
aiuto e, da esperto, si mise a rodere la corda. Dopo
averlo restituito alla libertà, gli disse: - Tempo fa hai riso di me
perché credevi di non poter ricevere la ricompensa
del bene che mi hai fatto. Ora sai che anche noi,
piccoli e deboli topi, possiamo essere utili ai
grandi.
Era una mattina di primavera.
Il sole brillava alto in un cielo azzurro e limpido
mentre un gruppo di uccellini ciangottavano
allegramente tra i rami di un'alta quercia. Un
bellissimo cervo dal manto splendidamente fulvo,
brucava tranquillo l'erba di una vasta distesa
situata ai confini di una piccola fattoria. Proprio
quel giorno un grande orso e un vecchio cane
decisero di catturare un cervo da tenere rinchiuso
nel recinto del podere per allietare i loro
cuccioli. Cosi, vagando tra i campi, videro quasi
per caso l'animale che pascolava sereno. Senza
perdere tempo gli corsero incontro per agguantarlo
ma fortunatamente egli, comprendendo al volo la
situazione, si lanciò in una corsa sfrenata per
sfuggire alle loro insidiose grinfie. Poco distante
cresceva, placidamente accarezzata dai caldi raggi
del sole che dominava il cielo, una magnifica vite
selvatica ricolma di fronde e grappoli di un'uva
succosa e matura. Il cervo decise di nascondersi
all'ombra di quel folto intrico di foglie, sicuro
che nessuno sarebbe mai riuscito ad individuarlo.
Infatti, quando l'orso e il cane passarono non
furono in grado di vederlo e andarono oltre.
Tranquillizzato per lo scampato pericolo, l'animale
tirò un sospiro di sollievo e, allettato dal buon
profumo che emanava la vite, iniziò a mangiucchiare
i suoi grappoli d'uva e le sue gustose foglie. Fu
proprio in quel momento che il cane si accorse della
sua presenza: ascoltando con attenzione egli aveva
potuto distinguere quello strano rumore e, tornando
sui suoi passi riuscì a scorgere il cervo che
masticava la vigna incurante del pericolo. Per la
preda non vi fu più scampo. I due cacciatori gli
balzarono addosso e lo catturarono senza difficoltà
trascinandolo fino alla loro fattoria.
Da quel giorno in poi, il povero cervo fu costretto
a pascolare solo all'interno di un recinto divenendo
un'attrazione per i cuccioli che lo ammiravano
divertiti. E tutto a causa della sua golosità.
Un corvo aveva rubato un
pezzo di carne ed era andato a posarsi su di un
albero. Lo vide la volpe e le venne voglia di quella
carne. Si fermò à suoi piedi e
cominciò ad adularla, facendo grandi lodi del suo
corpo perfetto e della sua bellezza, della
lucentezza delle sue penne, dicendo che nessuno era
più adatto dì lui ad essere il re degli uccelli, e
che lo sarebbe diventato senz'altro, se avesse avuto
la voce. Il corvo, allora, volendo
mostrare che neanche la voce gli mancava, si mise a
gracchiare con tutte le sue forze, e lasciò cadere
la carne La volpe si precipitò ad
afferrarla e beffeggiò il corvo soggiungendo: " Se, poi, caro il mio corvo, tu avessi anche il cervello, non ti mancherebbe altro, per diventare re ".
Tempo fa un cucciolo di corvo
assai vivace e irrequieto se ne andava a zonzo tutto
il giorno sbirciando in faccende che non lo
riguardavano. Ficcava il becco in ogni cosa e non
perdeva l'occasione di fare scherzi o dispetti ad
ogni animale.
Quel mattino però, la sua
monelleria lo spinse a compiere ciò che non avrebbe
mai dovuto fare. Si intrufolò infatti in una piccola
casa situata al limitare del bosco e lesto, lesto
rubò un bel pezzo di carne sistemato sul davanzale
della finestra spalancata. Per sua sfortuna il
contadino fece in tempo ad accorgersi del furto e,
senza esitare, colpì il corvo con una pietra.
Ecco fatto! Il ladro fu
colpito in pieno.Quel pezzo di carne gli costò caro!
Ferito e spaventato il
corvetto se ne tornò al nido volando piano per il
male, quindi si sdraiò sfinito tra le braccia della
sua cara mamma. Questa, disperata per le condizioni
del figliolo, scoppiò in lacrime sfogando la propria
preoccupazione.
"Oh, mammina!" Disse il
cucciolo "Prega il Signore per me affinché guarisca
la mia ferita". La corva colma di tristezza rispose:
"Povero piccolo mio, come puoi chiedere al Cielo un
miracolo se non ti sei nemmeno pentito del male
commesso?"
Solo in quel momento il
corvetto comprese la sua colpa e giurò a se stesso
di non rubare mai più in vita sua.
Fortunatamente la ferita
riportata durante la scorribanda alla fattoria si
rimarginò in fretta e il cucciolo riacquistò le
forze.
Quando fu completamente
guarito poté tornare a svolazzare tra gli alberi ma,
ricordandosi della promessa fatta, da quel giorno
non toccò più ciò che non gli apparteneva. Aveva
imparato a sue spese il significato della parola
"furto".
Quel giorno un paffuto
granchio arancione, era proprio di ottimo umore. Se
ne andava passeggiando allegramente per la spiaggia
riscaldata dal sole, canticchiando la sua canzoncina
preferita, una vecchia serenata imparata chissà
dove. Egli si vantava spesso con gli altri abitanti
del mare, della sua capacità di poter vivere
tranquillamente sia dentro che fuori dall'acqua. E
quelli, senza nascondere un pizzico d'invidia, lo
osservavano camminare tranquillamente sulla
terraferma. Ogni volta però, il buon granchio
riportava ai suoi amici pesci un grazioso ricordino
delle sue escursioni. Ma quel mattino egli non ne
voleva proprio sapere di rientrare in acqua. Il
cielo era tanto limpido e sereno da attirare
l'ammirazione anche dei più indifferenti. Per questo
il granchietto continuò la sua lunga passeggiata.
Nello stesso giorno, una
giovane volpe insoddisfatta per la scarsità del suo
pranzo quotidiano, si aggirava affamata per la
spiaggia in cerca di qualcosa da mettere sotto i
denti. Camminava molto arrabbiata con se stessa per
l'incapacità dimostrata a procurarsi del cibo quando
vide, quasi per caso, l'ignaro granchio fermo sulla
sabbia a contemplare il paesaggio.
La volpe gli si avvicinò
curiosa e con un balzo gli piombò proprio davanti.
Il povero granchio si prese uno di quegli spaventi
memorabili che rimangono bene impressi nei nostri
ricordi per tuffa la vita e, cercando di
indietreggiare si riparò con le zampine.
La volpe era decisa e pronta a
mangiarselo in un sol boccone pur non sapendo bene
di che animale si trattasse. Fortunatamente il
granchio, riavutosi dalla paura, riuscì a respingere
il suo nemico sfoderandogli le sue terribili
tenaglie e pungendogli il muso.
Dopo la fuga della volpe
sconfitta, il granchio si tuffò in acqua e andò a
raccontare la sua brutta avventura agli amici
spiegando quanto fosse più sicuro vivere nel mare!
D'estate,
quando il calore provoca la sete, un leone e un
cinghiale andarono a bere a una piccola fonte, e
cominciarono a litigare su chi dei due dovesse
dissetarsi per primo. La lite si inasprì fino a
trasformarsi in duello mortale. Ma ecco che, mentre
si volgevano un momento per riprendere fiato,
scorsero degli avvoltoi che stavano lì ad aspettare
il primo che sarebbe caduto, per mangiarselo. A tal
vista, ponendo fine al duello, dichiararono: " Meglio diventare amici
che diventar pascolo di avvoltoi e di corvi ".
Gli fece sapere di aver
catturato un montone e lo invitò al banchetto. Aveva
preparato tutto per assalirlo, una volta seduto a
tavola il toro andò all'appuntamento: vide molte
pentole, lunghi spiedi, ma di montone nessuna
traccia. Allora, senza dire neanche
una parola, se ne andò. Il leone lo richiamò e gli
chiese il motivo del suo comportamento, visto che
non gli era stato fatto nessun affronto. E il toro
rispose: - Ho una buona ragione per andarmene: vedo
tutto pronto per cucinare non un montone, ma un toro
Un asinello un po' troppo
vanesio, si vantava sempre con gli altri animali,
del proprio coraggio e della propria forza. Un
giorno ricevette una inaspettata proposta dal più
importante felino della foresta: il leone.
Costui disse all'asino: "Ho
pensato che, in fondo, potremmo esserci di reciproco
aiuto. Vorrei che tu mi aiutassi nelle battute di
caccia e per questo avrei deciso di costituire una
società con te"
Onoratissimo, l'asinello
rispose: "Sono lusingato della tua richiesta e
accetto volentieri!"
Così ebbe inizio la loro
collaborazione reciproca.
Una mattina, di buon ora, si
incamminarono verso una caverna dove avevano visto
rifugiarsi un numeroso gruppo di capre selvatiche.
Il Re degli animali si fermò sulla soglia con
l'intenzione di catturare le prede una per volta
appena sarebbero uscite dal rifugio. L'asino,
invece, si era intrufolato nella grotta ed aveva
cominciato a lanciare ragli acutissimi per
spaventare le povere bestiole causando un
incredibile putiferio. Le capre terrorizzate
ruzzolarono una sull'altra e si precipitarono verso
l'uscita dove però, trovarono ad attenderle l'astuto
leone che riuscì ad imprigionarle tutte.
Quindi, finalmente l'asino
uscì dalla grotta e, con aria trionfate esclamò:
"Hai visto come sono stato
bravo? Sono un grande cacciatore! Sarai contento del
tuo socio!"
"Certo!" Rispose con una
risata il leone "Anzi, a dirti la verità, avrei
avuto anch'io paura di te se non ti conoscessi bene
e non sapessi che sei solo un asinello!"
Tutto soddisfatto l'asino andò
buono, buono a brucare un po' d'erba mentre il leone
si apprestava a fare un succulento banchetto!
Il leone, Re della foresta,
era gravemente ammalato. Data la sua avanzata età
egli non aveva più le forze per uscire dalla sua
caverna e procurarsi il cibo necessario per la
guarigione. Per questo fu costretto a ricorrere
all'aiuto di una volpe da sempre sua grande amica. Chiamandola al proprio
capezzale, il leone le disse: "Mia cara compagna,
esiste una sola medicina per il mio male. Si tratta
di un brodo fatto con le corna di un cervo. Devi
procurarmelo subito!" Commossa per quella
richiesta, la volpe si mise subito all'opera e,
scovato l'animale tanto desiderato dal grande
malato, cercò, con un inganno, di convincerlo a
seguirlo, dicendogli: " Mi manda il leone con
l'incarico di portarti da lui prima che tiri
l'ultimo respiro. Andando per eliminazione ha deciso
che tu sei il più adatto fra tutti gli animali per
essere il suo successore al trono dopo la sua
morte!" Il cervo, lusingato da
questa insperata proposta, accettò subito e seguì la
volpe fino alla caverna del leone, ma non fece
neppure in tempo a varcare la soglia che si senti
aggredire dal feroce animale. Fortunatamente riuscì
a divincolarsi e a fuggire Il leone, deluso e
arrabbiatissimo, scongiurò ancora la sua amica di
ritentare la prova usando la sua proverbiale
furbizia.
Questa, dopo lunghe ricerche, riuscì a trovare il
cervo nel suo nascondiglio, ma, appena si presentò
davanti a lui, dovette sentirsi le sue irate
proteste. "Ascoltami," si scusò la
volpe " ti sei spaventato per niente. Il morente
voleva solo darti la sua benedizione. Torna da lui
prima che cambi idea!" Il cervo, anche questa
volta, affascinato dall'idea di diventare Re, si
ripresentò al leone. Ma questi, afferratolo, gli
rubò le sue bellissime corna per farvi un bel brodo
caldo, lasciandolo poi libero di scappare.
Quella mattina un grande
orso bruno, era proprio affamato. Vagava con la
lingua di fuori per la foresta in cerca di un po' di
cibo quando all'improvviso vide, nascosto tra i
cespugli, un bel cesto ricolmo di provviste
abbandonato sicuramente da qualche cacciatore. Fuori
di sé dalla gioia si tuffò su quell'insperato tesoro
culinario ma, proprio nello stesso momento ebbe la
medesima idea anche un grosso leone che non mangiava
da alcuni giorni. I due si trovarono faccia a faccia
e si studiarono con espressione rabbiosa.
'Questo cesto appartiene a
me!" Urlò l'orso.
"Bugiardo!" Ruggì il leone
infuriato.
In men che non si dica esplose
una lotta terribile tra i contendenti i quali si
azzuffarono insultandosi senza riserva. Intanto,
poco distante, una giovane volpe passeggiava
tranquilla per il bosco occupandosi delle proprie
faccende. All'improvviso venne attirata da insolite
urla e si avvicinò al luogo di provenienza per
scoprire di cosa si trattasse.
Appena vide i due animali
impegnatissimi a lottare come matti ed il cesto di
cibo abbandonato vicino a loro, le balenò un'idea.
Quatta, quatta si avvicinò al paniere, lo afferrò e
fuggi via andando a mangiare in pace in un luogo
sicuro.
Quando, sia il leone che
l'orso, sfiniti per l'estenuante baruffa sostenuta,
decisero di spartirsi le provviste dovettero fare i
conti con un'amara sorpresa. Il cesto era sparito e
al suo posto trovarono unicamente le impronte di una
volpe, sicuramente molto furba!
Un lupo andava al seguito
di un gregge di pecore, senza far loro alcun male.
Il pastore, sulle prime, lo teneva a bada come un
nemico, e lo sorvegliava con estrema diffidenza. Ma
quello ostinatamente lo seguiva, senza arrischiare
il minimo tentativo di rapina. Così gradatamente il
pastore si convinse di avere in lui un custode,
piuttosto che un nemico intenzionato a danneggiarlo.
Un giorno ebbe bisogno di recarsi in città, gli
lasciò le pecore in custodia e partì tranquillo. Ma
il lupo seppe cogliere l'occasione: si lanciò sul
gregge e ne fece strage sbranandone una gran parte.
Il pastore, quando fu di ritorno e vide la rovina
del suo gregge, esclamò: - Mi sta bene! Quale
stupidità mi ha spinto ad affidare le pecore ad un
lupo? Allo stesso modo, coloro
che affidano i propri beni a persone avide
naturalmente li perdono.
Quello era davvero un gran
giorno per un lupo rinomato in tutto il contado per
la sua insaziabile fame. Infatti, senza neppure
alzare un dito egli era riuscito a procurarsi ottime
prede trovate casualmente a terra perché colpite da
qualche cacciatore e si era preparato un pranzo
degno di Re! Il lupo, dopo avere abbondantemente
mangiato, si inoltrò nella foresta per fare due
passi. Fu così che incontrò una mansueta pecorella
la quale, terrorizzata dal temibile
animale notoriamente suo nemico, non riuscì neppure
a muoversi, paralizzata dallo spavento. Il lupo, più
per istinto che per altre ragioni, afferrò la preda
tenendola stretta, stretta. Ma solo dopo averla
catturata si rese conto di essere talmente sazio da
non avere più alcun appetito. Occorreva trovare una
valida giustificazione per poter liberare quella
pecora senza fare brutta figura. " Ho deciso" Disse quindi
il lupo "di lasciarti andare a condizione che tu
sappia espormi tre desideri con intelligenza. La pecorella sconcertata,
dopo aver pensato un istante rispose: "Bè, anzitutto
avrei voluto non averti mai incontrato. Seconda
cosa, se proprio ciò doveva avvenire, avrei voluto
trovarti cieco. Ma visto che nessuno di questi due
desideri è stato esaudito, adesso vorrei che tu e
tutta la tua razza siate maledetti e facciate una
brutta fine perché mi avete reso la vita impossibile
e avete mangiato centinaia di mie compagne che non
vi avevano fatto alcun male!" Inaspettatamente il lupo,
invece di adirarsi come prevedibile, dichiarò: "Apprezzo la tua sincerità.
Hai avuto molto coraggio a dirmi ciò che realmente
pensavi per questo ti lascerò libera!"
Così dicendo liberò la pecorella e, con un cenno di
saluto, la invitò ad allontanarsi.
Era un bel giorno di
primavera. Il nibbio se ne stava tranquillamente
appollaiato sopra un ramo di faggio, riparato dalle
fresche fronde della pianta. Inaspettato, giunse un
cavallo accaldato che, cercando un po' di
refrigerio, andò a riposarsi all'ombra dell'albero.
Sdraiandosi con l'intenzione di fare un sonnellino,
l'equino, inavvertitamente si punse con un cardo
spinoso e, dal dolore, lanciò un lungo e acutissimo
nitrito. "Oh, che meraviglia!"
Esclamò il nibbio con entusiasmo. Questa é la voce
che andrebbe bene per me: acuta, imponente e
inconfondibile!" Il nibbio cominciò da quel
mattino, ad esercitarsi nell'imitazione di quel
verso meraviglioso. Provò e riprovò scorticandosi la
gola, ma inutilmente. Quando, dopo molti tentativi
senza successo, si rassegnò a tornare alla sua voce
originale, ebbe una brutta sorpresa: gli era sparita
a furia di sforzarla! Cosi dovette accontentarsi di
emettere un suono insignificante e rauco per tutta
la vita!
Un giovane serpentello se
ne andava tranquillo strisciando fra una pietra e
l'altra, godendosi i caldi raggi del primo sole
primaverile. L'aria era tiepida e carica di un buon
profumo di fiori e ogni animale si sentiva
rasserenato da quel clima dolce. Il piccolo serpente
si muoveva piano nel prato quando all'improvviso una
spaventosa ombra si proiettò sul suo cammino.
L'animale preoccupato alzò il testino per guardare
da dove provenisse la macchia scura e solo allora
scopri che un terribile nibbio stava puntando dritto
dritto su di lui! Il poverino non ebbe
nemmeno il tempo di scappare perché in un lampo il
volatile gli piombò addosso afferrandolo con il
becco. Il serpente fu, così, sol levato in cielo da
quel rapace che, senza avere pietà per le sue grida
volò via il più velocemente possibile. "Lasciami andare!"
Implorava lo sfortunato animaletto "Non ti ho fatto
niente!" Ma il nibbio non l'ascoltò neppure. A quel punto il serpentello
si rivoltò su se stesso e con un'abile mossa diede
un morso al suo nemico. Finalmente il volatile
colpito dal veleno della sua preda fu costretto ad
aprire il becco liberando il serpente che cadde a
terra senza farsi male Il nibbio invece, con la
vista annebbiata e senza più forze a causa del morso
velenoso, precipitò sul terreno a peso morto
riportando parecchie ferite. Quando il volatile era
ancora stordito, il serpentello gli si avvicinò e
gli disse: "Ben ti sta! Io non volevo farti del male
ma tu mi ci hai costretto e adesso ne paghi le
conseguenze!" Trascorsero due giorni
interi prima che il nibbio potesse riprendere a
volare ma, a partire da quella volta egli si tenne
sempre ad una certa distanza da tutti i serpenti!
IL
PIPISTRELLO, IL ROVO
E IL
GABBIANO
"Sai, mi piacerebbe sapere
come ti procuri il cibo!" Chiese quella. " Oh, bè,"
borbottò il topolino con la testa bassa "non é che
io sia un gran campione... anzi, faccio enorme
fatica a trovare qualcosa da mettere sotto i denti"
- " Ehi!" Gridò la rana "che
ne diresti se andassimo insieme a caccia di cibarie?
In due di sicuro avremmo più fortuna! Potremmo
legarci con una catena l'un all'altro così da essere
sicuri di non perderci! " Il topolino rimase un
istante a riflettere, quindi disse: " Mi sembra una
buona idea!" E così fecero. Legati insieme i due si
diedero da fare per cercare del cibo e bisogna dire
che ne trovarono proprio tanto! Quando, alla fine
della giornata furono veramente sazi, si in
camminarono verso casa. Ancora incatenati, giunsero
allo stagno della ranocchia e questa, senza pensarci
due volte, si tuffò decisa nell'acqua trascinandosi
dietro il povero topino che, non sapendo nuotare si
mise a urlare e cominciò a dibattersi per non
annegare. Un nibbio, osservando dal
cielo tutto quel trambusto e vedendo il povero topo
ormai privo di sensi pensò di aver trovato un buon
bocconcino. Si precipitò allora sullo stagno e
afferrò con gli artigli il corpo del topino al quale
era legata anche la ranocchia. Risvegliato dalle
grida della rana, il topolino iniziò, coi suoi
dentini aguzzi, a morsicare le zampe del volatile il
quale aprì gli artigli per il male e li lasciò
ricadere. I due toccarono il suolo
senza farsi male ma decisero subito di togliersi
quella catena che gli aveva procurato tanti guai!
Una cornacchia, mezza morta
di sete, trovò una brocca che una volta era stata
piena d'acqua. Ma quando infilò il becco nella
brocca si accorse che vi era rimasto soltanto un po'
d'acqua sul fondo. Provò e riprovò, ma inutilmente,
e alla fine fu presa da disperazione. Le venne un'idea e, preso
un sasso, lo gettò nella brocca. Poi prese un altro sasso e
lo gettò nella brocca. Ne prese un altro e gettò
anche questo nella brocca. Ne prese un altro e gettò
anche questo nella brocca. Ne prese un altro e gettò
anche questo nella brocca. Ne prese un altro e gettò
anche questo nella brocca.
Piano piano vide l'acqua
salire verso di sé, e dopo aver gettati altri sassi
riuscì a bere e a
salvare la sua vita.
Un giorno un cavallo, ricco
d'ornamenti, venne incontro a un asino che, stanco e
carico com'era, tardò a dargli la via.
" Avrei una gran voglia -
disse - di fracassarti a calci ".
L'asino non rispose: e con
un gemito chiamò testimoni gli dei. Passò qualche
tempo. Il cavallo durante una
corsa, azzoppò e fu mandato a servire in campagna.
Appena l'asino lo vide tutto carico di letame: "
Ricordi - domandò - che boria e che pompa? Ah? E che
n'hai avuto? Eccoti ridotto alla miseria che prima
spregiavi ". I felici che disprezzano
l'umile, sanno essi quale sarà il proprio domani?
La lepre un giorno si
vantava con gli altri animali: Nessuno può battermi in
velocità - diceva - Sfido chiunque a correre come
me.
-La tartaruga, con la sua
solita calma, disse: - Accetto la sfida. - - Questa è buona! - esclamò
la lepre; e scoppiò a ridere. - Non vantarti prima di
aver vinto replicò la tartaruga. - Vuoi fare questa
gara? -Così fu stabilito un percorso e dato il via. La lepre partì come un
fulmine: quasi non si vedeva più, tanto era già
lontana. Poi si fermò, e per mostrare il suo
disprezzo verso la tartaruga si sdraiò a fare un
sonnellino. La tartaruga intanto
camminava con fatica, un passo dopo l'altro, e
quando la lepre si svegliò, la vide vicina al
traguardo. Allora si mise a correre
con tutte le sue forze, ma ormai era troppo tardi
per vincere la gara. La tartaruga sorridendo
disse:
|
|
Quello era un giorno particolarmente importante. Infatti, dalla foresta era partito un invito rivolto ai delegati di ogni specie animale che avrebbero dovuto riunirsi in una assemblea durante la quale si sarebbe discusso di un argomento molto serio. Non mancò proprio nessuno. Il primo a prendere la parola fu il leone, indiscusso Re degli animali. Nel rispettoso silenzio generale egli disse: "Carissimi sudditi, ci siamo riuniti oggi allo scopo di stabilire una pace duratura tra noi, eliminando ogni diverbio e ogni invidia per riuscire così ad affrontare insieme gli eventuali pericoli provocati dall'uomo alla natura". Il discorso continuò a lungo, sottolineato da applausi di assenso. Erano dunque tutti d'accordo: era necessario unirsi per superare qualsiasi problema. Al termine dell'assemblea, ogni animale prese parte al grande pranzo organizzato per l'occasione. Ci fu cibo in abbondanza e bevande a volontà. Quando tutti furono sazi e soddisfatti qualcuno chiese alla scimmia, notoriamente allegra e vivace, di allietare la cerimonia con qualche spettacolo divertente. Questa, senza farsi pregare, salì sulla pedana e con agilità e simpatia diede inizio ad un numero spassosissimo ricco di salti acrobatici, capriole e danze. Estasiati gli spettatori applaudirono come non mai, divertiti dall'abilità di quell'insolito comico. L'unico che rimase in silenzio fu il cammello che, geloso del successo ottenuto dalla scimmia, decise di esibirsi anch'egli sul palco attirando l'attenzione su di sé. Questo buffo animale diede il via ad un balletto goffo e sgraziato. Egli non era affatto agile ne' divertente. Tra i fischi generali fu così costretto a ritirarsi nascondendosi in un angolo dove ripensò ai buoni propositi di cui si era discusso durante l'assemblea: certo, per restare tutti uniti ed amici egli doveva cominciare ad ingoiare un po' della propria invidia.
|
|
Un asino ed una volpe fecero amicizia e insieme se ne andarono a caccia. Incontrarono un leone dall'aria minacciosa. La volpe intuì il pericolo che stava correndo, gli si avvicinò e cominciò a parlargli: si impegnava a consegnargli l'asino, in cambio della sua salvezza. I leone le promise la libertà: così la volpe condusse l'asino verso una trappola e ce lo lasciò cadere. Il leone, appena vide che l'asino era nell'impossibilità di fuggire, assalì per primo la volpe e poi, con calma, ritornò ad occuparsi dell'animale che era caduto nella trappola. |
|
L'ASINO SELVATICO E L'ASINO DOMESTICO C'era una volta un simpatico asinello selvatico che trascorreva le sue giornate in libertà, passeggiando per i campi e mangiando il cibo che trovava. Durante uno dei suoi giri quotidiani ebbe modo di vedere un suo simile, dall'aspetto sano e robusto, che brucava l'erba in un grande prato cintato da un'alta staccionata di legno. Esso, osservando l'animale domestico, pensò: "Che bella vita! Lui sì che sta bene: é spensierato, senza problemi e con il cibo a volontà". In effetti l'altro asino sembrava proprio fortunato: gli venivano serviti due pasti abbondanti al giorno, riposava in una stalla bene attrezzata ed aveva un pascolo meraviglioso a sua disposizione. L'asino selvatico, invece, doveva accontentarsi dei miseri sterpi che riusciva a trovare ai margini della strada, perché i prati ricoperti di erbetta fresca erano tutti privati. Ogni tanto, il povero asinello appoggiava il muso sulla cima della staccionata e, guardando l'altro, lo invidiava da morire. Un giorno, pero, il giovane asinello, girovagando tranquillo, incontrò sulla via, un animale talmente sovraccarico di legna, sacchi di grano ed altro da non essere in grado di capire di che bestia si trattasse. Quando questa, per reagire ad una violenta frustata del suo padrone, tirò un calcio e alzò il muso, lo riconobbe: era l'asino domestico che fino a quel giorno aveva tanto invidiato! "Eh, caro mio," gli gridò affiancandosi a lui "a questo prezzo non farei mai cambio con te. Nessuno mi comanda, io sono libero e leggero come una libellula. Se poi non mangio bene come te, meglio, mi mantengo in linea. E per sopravvivere mi arrangio". Dopo quell'incontro l'asino selvatico non provò più alcuna invidia per il suo simile.
|
|
Quella mattina una volpe se ne andava tranquilla per i prati rifioriti dopo la brutta stagione invernale. I profumi della natura le solleticavano le nari accarezzandole la fantasia, permettendole di sognare paesi lontani, belli e sconosciuti. All'improvviso la sua attenzione venne richiamata da un violento ruggito.Era un verso che non aveva mai sentito e, terrorizzata, fuggì a nascondersi dietro ad un cespuglio. Da li poté vedere, riparata tra le foglie, il terribile animale che aveva emesso quel suono: si trattava di un leone, una bestia a lei sconosciuta. Spaventata, la povera volpe, scappò via il più velocemente possibile. Trascorsero un paio di giorni tranquilli dopo quel brutto incontro che sembrava quasi essere stato dimenticato, quando, d'un tratto, la piccola volpe si imbatté ancora nel leone. Questa volta il Re della foresta le apparve proprio davanti ostacolandole il cammino. Essa, impaurita, iniziò a tremare come una foglia senza tuttavia fuggire ma rimanendo ferma al suo posto fino a quando il leone non si fu allontanato. La terza volta che la volpe si imbatté in quel grosso e possente animale dal risonante ruggito, scoprì che il proprio timore nei suoi confronti andava pian piano assopendosi. Così, durante il successivo incontro con il leone, si dimostrò molto più calma e riuscì persino a guardarlo bene dentro agli occhi salutandolo con un cordiale 'buongiorno!". Infine, quando ebbe ancora modo di vederlo, la volpe provò a parlargli e riuscì finalmente a scoprire in lui doti come il coraggio e l'intelligenza. Da quel giorno non si stancò mai di ascoltarlo sicura che, dall'esperienza di un animale così astuto e bravo cacciatore, avrebbe tratto solo vantaggi.
|
|
C'era una volta una graziosa volpe dal manto marrone e lucente che viveva in una piccola casetta in mezzo al bosco. Un bel mattino di primavera l'animale uscì dalla propria abitazione con l'intenzione di procurarsi una preda per il mezzogiorno. Vagando per la brughiera fischiettando allegramente, la volpe attirò l'attenzione di un ingenuo leprottino il quale, incuriosito, le si avvicinò per osservarla meglio. L'astuta volpe non si lasciò sfuggire l'occasione e sorridendo al cucciolotto gli disse: "Buongiorno a te mio piccolo amico. Cosa fai tutto solo in questi boschi?" Il leprotto divenne improvvisamente diffidente di fronte a tutto quell'interessamento e, indietreggiando piano rispose: "Oh, niente, proprio niente. Anzi, adesso che ci penso, dovevo tornare a casa". Ma la volpe non aveva alcuna intenzione di lasciarsi scappare un bocconcino casi prelibato. Quindi, con un abile balzo si gettò sull'animaletto per afferrarlo. Fortunatamente il piccolino, risvegliato dall'improvviso attacco, riuscì a schivare l'aggressione con un veloce salto indietro, precipitandosi in una folle fuga verso il limitare del bosco. La volpe lo seguì fino a quando non si trovò sull'orlo di una grossa buca. Per evitare di cadere nel vuoto l'animale di aggrappò ad una siepe di Rovo graffiandosi e pungendosi con le sue spine. Abbandonando l'inseguimento la povera volpe rimase seduta di fronte al Rovo leccandosi le ferite da questo provocate. "Che stupida sono stata!" Si disse fra sé "Mi sono aggrappata alla prima cosa che ho trovato per non cadere in una buca e mi sono procurata solo graffi e punture. Tanto valeva proseguire l'inseguimento e tuffarmi nella fossa". Ma per quel giorno ormai non poteva più far niente e camminando piano per il male, se ne tornò a casa sconsolata.
|
|
La volpe e la cicogna erano buone amiche. Un tempo si vedevano spesso, e un giorno la volpe invitò a pranzo la cicogna; per farle uno scherzo, le servì della minestra in una scodella poco profonda: la volpe leccava facilmente, ma la cicogna riusciva soltanto a bagnare la punta del lungo becco e dopo pranzo era pìu affamata di prima. - Mi dispiace - disse la volpe - La minestra non è di tuo gradimento? - Oh, non ti preoccupare: spero anzi che vorrai restituirmi la visita e che verrai presto a pranzo da me - rispose la cicogna. Così fu stabilito il giorno in cui la volpe sarebbe andata a trovare la cicogna. Sedettero a tavola, mai i cibi erano preparati in vasi dal collo lungo e stretto nei quali la volpe non riusciva ad infilare il muso: tutto ciò che potè fare fu leccare l'esterno del vaso, mentre la cicogna tuffava il becco nel brodo e ne tirava fuorii saporitissime rane. - Non ti piace, cara, ciò che ho preparato? - Fu così che la volpe burlona fu a sua volta presa in giro dalla cicogna.
|
|
Un'aquila
inseguiva una lepre per catturarla. Questa non
sapeva come trovare aiuto; così, visto uno
scarafaggio, il solo essere in cui il caso la fece
imbattere, si diede a supplicarlo. Lo scarafaggio la
rassicurò e, appena l'aquila gli si avvicinò, prese
a scongiurarla perché non gli portasse via la povera
lepre. Ma l'aquila non si curò di quel piccolo
insetto nero e divorò la lepre proprio sotto
i suoi occhi. Cacciata da tutti i luoghi, l'aquila un giorno si rivolse a Giove e lo pregò di procurarle un luogo sicuro, dove poter fare le sue covate. Giove le permise di deporre le uova nel proprio grembo. Ma lo scarafaggio ideò uno stratagemma: fece una pallottola di sterco, volò sopra il grembo di Giove e ve lo lasciò cadere. Il dio, per liberarsi da
quella sporcizia, si alzò n piedi con uno scatto e,
senza rendersene conto, fece cadere a terra le uova. |