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Regole e potere positivo per aiutare i figli a crescere
Dott.ssa Giuliana Ukmar(psicoterapeuta
della famiglia e della coppia)
...Sono laureata in medicina, con specializzazione in
neuropsichiatria infantile. Prima di iniziare mi sono analizzata per
quattro anni con metodo freudiano. Dopo questi quattro anni non
pensavo di diventare psicanalista dei bambini per alcune
controindicazioni. Un bambino con problemi non ha dei ricordi, dei
fantasmi, dei sogni da andare a riportare in superficie, sui quali
lavorare, un bambino con problemi vive 24 ore al giorno
nell'ambiente che ha permesso il manifestarsi di questi problemi e
il loro mantenersi. Quindi, 24 ore al giorno contro mezz'ora, tre
volte alla settimana di seduta terapica, è una lotta impari.
Altra
cosa, non mi pare che il setting di terapia che io ritengo perfetto
per un adulto, la famosa porta chiusa, la famosa stanza nella quale
si possono dire tutte le cose, anche le più terribili che passano
per la testa, sicuro che nessuno le porterà fuori, lo stesso setting
fa acqua per quanto riguarda i bambini. I bambini non sono
all'interno della stanza, lasciano fuori dalla porta il papà o la
mamma o tutti e due i genitori; un bambino non è ancora una persona
completa. Nei bambini molto piccoli si parla infatti di diade
madre-bambino, come se fosse una cosa sola che ancora non si è
separata. Metà bambino resta fuori dalla porta e questo provoca
molti pasticci, il primo dei quali è la terapia a metà.
La mamma ne è convinta, ma dopo due tre anni
di terapia si consulta col papà, questi dice che si stanno spendendo
un sacco di soldi senza che si sappia comunque cosa fare con il loro
bambino. È vero, ho constatato personalmente che indicazioni chiare
ai genitori di questi bambini non ne venivano mai date, fatto che
lascia i genitori spiazzati, perché sono dichiarati incompetenti e
nessuno fornisce loro qualche competenza.
Questi sono i motivi per cui io ho deciso che non mi sarei fermata
alla psicoanalisi. Per fortuna in quegli anni Palazzoli aveva
portato in Italia da Palo Alto (America) la terapia della famiglia
ovvero la scuola sistemica. Io mi sono fatta il training della
terapia della famiglia e devo dire con soddisfazione, di aver
trovato quello che faceva per me, il punto dove fermarmi. Fermarmi
per modo di dire, perché non ho smesso di frequentare corsi.
Da 25 anni ho due lavori e credo di avere anche due anime. Lavoro
infatti al mattino in una istituzione pubblica diurna, che raccoglie
bambini con handicap grave e gravissimo, dai sei ai sedici anni, in
un seminternato. Il pomeriggio faccio la terapeuta della famiglia in
studio.
Circa una quindicina di anni fa stavo lavorando al mattino
nell'istituzione per bambini gravissimi ad una ricerca sull'autismo
con il professore Zappella. L'autismo è una delle patologie
psichiatriche più gravi dell'infanzia. I bambini autistici sono
bambini perfettamente normali, nati bene, senza grossi problemi,
spesso molto belli, che iniziano una loro vita apparentemente
normale, camminano, cominciano a parlare, a relazionare con
l'ambiente, poi, improvvisamente, dai 18 ai 30 mesi, per una causa
che non si conosce, chiudono la porta e si rintanano in una loro
esistenza completamente privata, dove non è più possibile andare a
recuperarli, chiudono insomma il rapporto con il mondo. Passano il
loro tempo spesso in un angolo, spesso isolati, fanno dei movimenti
stereotipati, fanno delle costruzioni improbabili che a noi non
riuscirebbero mai, con i dadi, con le carte. Sono bravissimi a far
funzionare qualsiasi apparecchio elettrico di casa, dalla lavatrice
alla televisione ai vari registratori ecc.. . Adorano la musica.
Sono bambini con grosse potenzialità, ma questo è un mio parere,
bambini intelligentissimi, superiori alla media e bisogna chiedersi
se non sia proprio questo il loro problema.
Ecco, stavamo portando avanti una ricerca su questi bambini, una
ricerca che prevedeva un protocollo con delle domande ai genitori
che venivano da noi e tra queste domande una era fissa, bisognava
rivolgerla sempre a tutti i genitori. La domanda era: "Chi comanda
in casa vostra?".
I
genitori di un bambino autistico non avevano difficoltà a
rispondere, ad ammettere che in casa loro comandava il loro figlio.
Era lui che decideva chi entrava e chi non entrava, chi poteva
uscire, chi non poteva uscire, cosa si mangiava e cosa non si
mangiava, quando andare a dormire, se si andava a dormire, perché
qualche volta non si andava neanche a dormire. Urlava tutta la
notte.
Di pomeriggio andavo in studio. Ero sempre io. Evidentemente
qualcosa mi restava appiccicato addosso. Non si può chiudere
completamente una porta. Qui, tutte le volte in cui sentivo puzza di
onnipotenza (l'onnipotenza del bambino autistico era una cosa ormai
assodata), ponevo la famosa domanda: "Chi comanda in casa vostra?".
Ho dovuto rendermi conto che tutte le volte che facevo questa
domanda a dei genitori con bambini con dei sintomi: fobia della
scuola, incubi notturni, o bambini particolarmente vivaci, magari
iperattivi, tutte le volte che facevo questa domanda, la risposta
era sempre la stessa... "E beh, sa, adesso che ci penso, è vero che
noi non decidiamo più niente, la zia Maria non può entrare più in
casa perché sta antipatica a Pierino. E' vero che noi vorremmo
metterlo a letto alle 20,30, ma lui sta in giro fino mezzanotte
saltando sui divani. Ma sa, che ha ragione!!!".
Tutto sommato, quello che comandava in quelle case era sempre il
bambino, il bambino col problema. Se c'erano dei fratelli, quello
che comandava era quello coi problemi. Non erano gli altri. Quando
mi sono accorta di questa cosa, ho cominciato a fare la domanda
costantemente a tutti i genitori che venivano da me e tutte le volte
la risposta era sempre la stessa. Quindi ho dovuto convincermi che i
bambini che sviluppavano dei sintomi erano bambini onnipotenti.
Detto questo, però è detto abbastanza poco. Non era una grande
risposta da parte mia a quei genitori che venivano appunto da me a
cercare una soluzione. Fatta la diagnosi, la loro domanda era:
"Adesso, cosa facciamo?".
E
quindi si trattava di conoscere questa onnipotenza, di andarla a
capire, perché questi genitori avessero perso per strada un po' il
loro ruolo. Se voi pensate soltanto, sessanta settanta anni fa, i
bambini non solo non potevano decidere in casa qualcosa, ma molto
spesso i genitori si facevano dare del Lei dai figli. Anche mio
nonno si faceva dare del Lei da mio padre e quando arrivava in casa
lui, tutti filavano. L'onnipotenza! Se fosse vivo adesso si
metterebbe le mani nei capelli. Per cui, cosa era successo, perché
questi genitori si erano un pochettino persi per strada?
A
quei tempi io avevo dei figli piccoli, per cui il mio lavoro è stato
decisamente facilitato. Una faceva la materna, l'altro l'elementare,
per cui ho avuto molta facilità ad ascoltare, a porre delle domande
alle mamme, a sentire quali erano i problemi che c'erano in
circolazione e fra parentesi, mi sono dovuta rendere conto che non
tutti i bambini con sintomi erano bambini onnipotenti, ma c'erano
tanti bambini onnipotenti in giro che ancora non avevano presentato
nessun sintomo. E quindi era forse il caso di fare qualcosa perché
non lo presentassero mai.
Quello che sono riuscita a capire, ascoltando, guardando i bambini,
guardando le mamme, guardando in che modo interagivano mamme e figli
ai giardinetti, magari fuori dalla scuola, fuori dall'oratorio, mi
sono resa conto che due gruppi particolari di genitori si
ritroveranno con un bambino onnipotente.
E
quali sono? I primi sono i genitori che rimangono incinti
giovanissimi, quindici anni, magari un pochino onnipotenti anche
loro, della serie "a noi non capita" , "figurati, capita sempre agli
altri" e tract, restano incinti, magari vanno ancora a scuola. Nel
bene e nel male, non voglio fare un discorso in merito, forse al
giorno d'oggi, dopo ci sono delle alternative. Ai miei tempi, ad
esempio, alternative non ce n'erano proprio. Personalmente credo che
non accetterei neanche oggi, se mi trovassi in quelle condizioni.
Un tempo si metteva su famiglia, 15 anni lei, 16-17 lui, un primo
bambino subito, dopo 2 anni ancora un altro. Cosa se ne fa uno a 19
anni di due bambini, magari uno attaccato al marsupio? Non se ne fa
proprio niente. Questi genitori si sentono un po' fregati dalla
vita, hanno voglia di amici, hanno voglia di andare in giro, di
andare in discoteca, hanno voglia di ballare, ma non hanno voglia di
sacrificarsi, anche nel senso buono del termine, per i bisogni di un
bambino piccolo. Succede che questo bambino viene portato in giro,
viene messo nei famosi zainetti ecc.. e poi si crea un circolo
vizioso. Il bambino diventa noioso perché magari alle undici, a
mezzanotte vorrebbe stare nel suo lettino, al buio, al silenzio,
invece si trova sulla passeggiata "Lungomare" a mangiare il gelato.
I genitori sanno benissimo che lui vorrebbe trovarsi nel suo lettino
e quindi hanno molti sensi di colpa. Appena il bambino piange i
sensi di colpa fanno un corto circuito e allora il cavallino, la
caramella, così non rompe, non rompono nemmeno i sensi di colpa,
perché se il bambino piange, noi ci poniamo dei problemi, ma se non
piange, va tutto bene. Questo corto circuito può dare origine ad una
costante richiesta del bambino e ad una costante concessione
dell'adulto e nasceranno bambini onnipotenti.
La seconda categoria di genitori è una categoria molto più
sfortunata, perché sono quelli bravi bravi, che finiscono le scuole,
magari si diplomano, fanno anche l'Università, trovano il lavoro
giusto, magari lo cambiano e ne trovano uno in cui guadagnano di
più, poi si sposano, si comprano la casa, aspettano ancora un
pochino, dopo decidono di fare un figlio e passano quei nove mesi a
studiare. Cosa normale per i futuri genitori. Più bravi di così!
Avrebbero pur meritato un premio. Invece no. Perché dagli anni
quaranta agli anni sessanta, settanta, cosa non è stato scritto,
detto, passato per radio, in televisione, su come si allevano i
bambini. Visto a posteriori è da rabbrividire, a partire dal
famosissimo Spock, che diceva che il bambino è un piccolo adulto, il
bambino deve fare le sue esperienze, non bisogna frustrarlo, perché
le frustrazioni dell'infanzia poi si ripercuotono sull'adulto,
bisogna lasciarli liberi, noi dobbiamo imparare dai bambini... In un
certo senso, alcune volte può anche essere vero, ma quando può
essere vero? Quando abbiamo costruito la bella cornice rigida,
magari anche lavorata, possiamo tendere la tela e guardare com'è il
teatro, allora quel quadro ci dirà tante cose. Ma fino a quando quel
quadro lo teniamo per un angolino, come se fosse uno straccetto, non
riesco a vedere cosa c'è su. E la stessa cosa succede per i bambini.
Quando i bambini sono belli, calmi tranquilli, che poi sono così
piacevoli da starci insieme, allora i genitori hanno voglia di star
con loro, di parlar con loro, di portarseli a spasso, ascoltarli.
Allora sapranno che cosa piace al bambino, se è portato per la
pittura, che sport gli piacerebbe fare. Però questo si può fare
soltanto quando si hanno dei bambini tranquilli, ubbidienti, che
hanno capito come va il mondo, che si sono adeguati a quelle che
sono le normali regole di vita. ...
Stavamo parlando delle sfortunate categorie di genitori che si
ritrovano con figli onnipotenti. C'è un'altra categoria, questa
volta di figli, non so nemmeno io come catalogarla, diciamo che è
una cosa che succede e che fa diventare onnipotente un bambino. Un
bambino, per motivi "x", che sono i più svariati, diventa
"poverino". Se ad un bambino, si dice poverino, l'abbiamo già mezzo
fregato. Perché deve essere poverino un bambino? I motivi sono i più
diversi, molto spesso un bambino è poverino perché ha avuto un parto
difficile. Magari non ha proprio altro e si è temuto per la sua
vita. Forse anche per il solo fatto che il pediatra ha avuto la
malaugurata idea di dire "staremo a vedere". Staremo a vedere cosa?
Se ci sarà qualche cosa da vedere, si vedrà, è giusto non dirglielo
prima, ma i genitori si mettono lì, con i fari puntati su questo
bambino. Diventa già un bambino poverino, perché non potrà più
alzare il dito mignolo invece del pollice che i genitori alzeranno
le antenne e incominceranno a dire, cosa c è che non va? E gli fanno
fare gli esami, contro esami ecc.. Bravissimi genitori. Però questo
bambino viceversa chiederà i risarcimenti per cui diventerà un
bambino con tantissime richieste, e siccome è poverino, con quello
che ha passato.... si dirà sempre di sì.
Ci sono i bambini che hanno avuto delle convulsioni febbrili da
piccoli, che non è neanche una malattia. E' una cosa che succede, i
bambini piccoli hanno il sistema nervoso non ancora completamente
sviluppato per cui è più reattivo, per cui può capitare che dopo un
giorno e mezzo di quaranta e due di febbre venga fuori una
convulsione. É vero, è tutto vero, però io vi posso garantire,
perché ci sono passata, che trovarsi fra le braccia un bambino
completamente blù-nero, che non respira più, completamente rigido e
che tu pensi che stia per morire...
Io facevo già la specializzazione quando mi è successo con mia
figlia, io sapevo benissimo tutto: sapevo che era una crisi
convulsiva, sapevo che non era pericolosa, sapevo tutto, ma non me
ne importava niente perché per me in quel momento mia figlia stava
morendo. Queste ferite sono durissime da rimarginare, bisogna
proprio agire con una certa forza e non sempre, le mamme
soprattutto, se non sanno di cosa si tratta, sono capaci di agire
con una certa forza, ma neanche i papà che sono stati presenti al
fatto, per cui la litania diventa: "No, poverino, che non gli venga
la crisi", Che non c'entra niente perché gli potrebbe venire
soltanto con la febbre, ma si ha paura e via..., dai il giochino a
tuo fratello, se no gli viene la crisi, prendilo in braccio che
piange, se no gli viene la crisi, dagli questo e quello se no gli
viene la crisi e alè... il gioco è fatto.
Poi ci sono quelli che sono tutto la loro nonna Giuseppina,
maledizione che si auto­avvera. Una volta in studio mi sono
arrivati due giovani genitori con una bambina di tre anni, stupenda.
In genere i bambini non li vedo mai perché non mi fa piacere far
nascere in loro un senso di malattia quando non è necessario; poi,
per carità, se uno mi viene a dire, mio figlio ha le crisi
epilettiche, è chiaro che vedo anche il bambino. Però, quando sento
puzza di onnipotenza, evito, perché uno dei grossi problemi nei
bambini è proprio quello di essere portati a riparare e questo fa in
genere più male della rottura, quando anche questa rottura ci sia,
per cui in genere io dico ai genitori, venite da soli, per tutto
questo e anche perché parlare davanti al bambino non è cosa molto
utile. Questi sono arrivati con questa bambina bellissima, allora
entriamo in studio, la bambina la mettiamo a giocare e mi raccontano
la storia di questa bambina che li faceva disperare, anche all'asilo
non voleva mangiare, non ci voleva andare, ma soprattutto faceva
scene, si buttava in terra, sputava, diceva parolacce, pestava i
piedi ecc..ecc.. Da come la descrivevano, sembrava un po' una
indemoniata. Morale della favola, siccome vedevo che questa bambina
allungava gli orecchi per sentire tutto quello che dicevamo, ho
detto, andate a casa ed aggiorniamoci tra quindici giorni e quando
tornate non portate Alice. A questo punto si sono alzati, hanno
preso il cappottino ed hanno detto: "Vieni Alice, che andiamo dalla
nonna". Questa si è sbattuta per terra, ha incominciato ad urlare, a
battere i piedi e come la mamma si avvicinava, lei aumentava il
tono. Mamma e papà due pezzi di gesso, sudati, bianchi, fermi
immobili, lei che urlava lì in mezzo, loro che la guardavano e io
che guardavo loro. Era l'ultima ora della giornata, per questo mi
sono permessa di restare a guardare come andava a finire. Io sono
rimasta a guardare loro e loro a guardare Alice. Dopo tre quarti
d'ora mi sono stufata, allora ho preso il cappottino, ho preso
Alice, ho preso un calcio negli stinchi, mi sono presa della brutta
troia dalla bambina, ma sono riuscita a mettere tutti fuori sul
pianerottolo. Poi mi sono messa a scrivere le mie cartelle. Dopo
venti minuti esco e trovo ancora Alice sul primo pianerottolo,
ferma, i genitori erano a fine scala a piano terra che dicevano: "Ma
dai, Alice, vieni che andiamo dalla nonna che ha preparato la
pappa". A questo punto ho messo tutti fuori dalla porta
completamente. Però, quello che mi rimaneva in mente, era un
grandissimo punto interrogativo. Che cosa era successo? Perché, va
bene la sceneggiata, ma una roba del genere...Dopo quindici giorni,
appena i genitori si sono seduti, praticamente gli sono saltata
addosso, perché non ne potevo più dalla curiosità e gli ho chiesto:
"Ma cosa è successo la volta scorsa?" Assolutamente al di là di ogni
mia previsione, la madre è tornata bianca, sudata, con gli occhi
pieni di lacrime, il padre rosso, sudato, che mi guardava come dire,
questo argomento non si tocca. Io pensavo, cosa siete venuti a fare
da me, allora? Per fortuna invece l'argomento l'avevo toccato, la
signora è scoppiata in lacrime e si è messa a dire tra i singhiozzi:
"Ma lei non sa, lei non può capire, Alice è tutta mia madre, mia
madre urlava così prima che la ricoverassero in manicomio, mia madre
urlava così e poi ci picchiava e io me la ricordo così. Alice è come
mia madre e finirà anche lei in manicomio". Questa era la storia che
c'era alle spalle di questa bambina. Bambina per altro assolutamente
sana, terribilmente spaventata. Mettetevi nei suoi panni, uno tira
un urlo, perché all'inizio sarà stato anche un urlo, solo un urlo
probabilmente e la madre si mette a guardare con gli occhi
spiritati, diventa bianca, e tutta con gli occhi pieni di lacrime.
Uno, cosa pensa? Mettiamoci nei panni della bambina. Questa forse
era anche piccola per elaborare un pensiero chiaro, ma certamente la
paura le è venuta, se soltanto avesse avuto cinque anni al posto di
tre, avrebbe già pensato. : o sto per morire, oppure sono cosi
pericolosa io, che mia madre ha paura di me e allora diventa
un'angoscia senza fine, non ci sono più confini per una angoscia del
genere. Vi sintetizzo la fine, perché mi pare molto carina. I
genitori di Alice sono venuti ancora per un sei mesi per tutti gli
altri problemi del cibo, dell'asilo, però, dopo un'ora spesa a
spiegargli che le malattie psichiatriche non sono ereditarie, che
questa bambina era solo una povera bambina che stava aspettando due
genitori che le dicessero cosa doveva fare su questa terra, perché
lei non lo sapeva, dopo che ho spiegato loro quale poteva essere
l'ansia di questa bambina, quando veniva guardata in quel modo,
insomma ho impiegato un'ora, ebbene Alice, da quel giorno di scene
così, non ne ha più fatte. Questo vuol dire che non aspettava altro,
povera bambina.
Allora abbiamo visto come si fa a diventare onnipotenti. A questo
punto bisogna spiegare ai genitori come si fa a riprendere un po' il
bastone del comando. Bastone del comando che al giorno d'oggi si è
trasformato nel telecomando. Chi ha il telecomando in casa ha il
potere. Io ho sentito dei padri dire ai figli di tre anni: "Dammi,
per piacere, un attimino il telecomando, che devo guardare il
telegiornale" "No , ci sono i cartoni" è stata la risposta. E le
mamme che dicono, ma poverino, ci sono i cartoni. ...C'è qualcosa
che non funziona. Allora come si fa ad aiutare dei genitori che
hanno perso il timone , facciamo finta che siano su una barca a vela
e sono lì in mezzo al mare che vanno dove tira il vento. Ci vuole un
timone, ci vogliono due idee chiare, mica poi più di tante, ci vuole
il permesso certe volte, perché le idee chiare molti genitori ce le
hanno, non si danno il permesso di averle, perché? Perché hanno
letto troppi libri... Quindi mi si poneva proprio questo problema.
Fatta la diagnosi, come facciamo ad aiutare questi genitori? Io la
penso in un modo, Spock la pensava in un altro, c è chi dice, in un
modo o nell'altro, i bambini crescono, poi c è anche chi dice, tanto
crescono da soli. É vero, crescono da soli in altezza , in peso , in
materia grigia mica sempre. Allora cosa possiamo fare per farli
crescere bene? Perché è così importante? Perché nel frattempo è
venuta fuori una cosa ed è il dopo. Perché non è la stessa cosa fare
i permissivi o fare gli autorevoli? Non gli autoritari che servono a
poco perché in genere loro sono debolissimi. Perché c è differenza
nel futuro, una enorme differenza nel futuro. I bambini che hanno
avuto una educazione troppo dura, con troppe regole , e poi vedremo
che tipo di regole, perché non basta mica mettere delle regole a
caso, ci sono i no che aiutano a crescere e ci sono i no che ti
fregano, perché bisogna stare anche molto attenti. Allora, perché è
così importante , perché, chi ha avuto una educazione troppo rigida,
da grande avrà dei problemi, problemi di tipo nevrotico. Cosa è un
nevrotico? Il nevrotico è uno che magari cammina stando attento a
non pestare le righe che dividono le piastrelle, si lava le mani
quarantacinque volte al giorno, di sera prima di andare a dormire
torna a vedere se ha chiuso la porta di casa tre volte e magari ha
anche qualche rituale del tipo tre volte a destra quattro a
sinistra, o quello che quando deve fare una certa cosa si mette
sempre quella camicia, non solo come portafortuna, ma per il
nevrotico se non c'è perché è sporca, succede una tragedia. I
nevrotici sono questi. Sono persone che certamente non hanno una
vita comodissima, ma hanno comunque una vita, e la nevrosi non ruba
la vita alla persona, la persona nevrotica studia, lavora , si
sposa, ha dei figli, dovrà stare attento a che regole mette, però la
sua vita se la fa , poi potrà decidere se andare in terapia, se
prendere degli psicofarmaci, se continuare a lavarsi le mani
quarantacinque volte al giorno; nessuno però gli ruba la vita. Anche
se si tiene la sua nevrosi, vive lo stesso.
Parliamo ora di coloro che non hanno avuto dei no. Cosa succede ad
un ragazzo, ad un adulto che è stato un bambino onnipotente? Il
bambino onnipotente invece ha la sensazione che la realtà è così, ma
può anche essere cosà; se io frigno un po' di più la caramella me la
danno, se io non voglio la pasta e fagioli, la mamma mi fa la
pastasciutta. Loro vedono una realtà che si sposta al loro
passaggio, che è così, ma potrebbe essere cosà, che non è una cosa
con cui fare i conti ma una cosa che si può modificare, e questa è
la matrice della psicosi. Esempio fondamentale è la schizofrenia,
una patologia dove la persona si crea una sua realtà, dove sta
meglio, dove c'è più logica, secondo lui, della realtà normale, la
realtà normale non ha mica importanza. Il bambino onnipotente dice,
la realtà, quella vera, non è mica importante, la cambio io. E
allora all'estremo, (ovviamente parliamo di limiti estremi) con
l'educazione eccessivamente permissiva abbiamo tutte le malattie
psichiatriche a fondo psicotico, quelle che la vita la mangiano,
perché i giovani si drogano, perché le ragazze diventano
anoressiche, schizofrenici, grossi delinquenti. Queste patologie non
lasciano vivere bene, si mangiano l'individuo, l'individuo non può
lavorare , non può finire gli studi, non si sposa, non avrà dei
bambini, sarà come se non ci fosse stato. Questa è una cosa, secondo
me, bruttissima, perché la vita è una delle cose più belle che ci
siano. La perdono così, per un errore di percorso, per una cosa che
veramente si può evitare. Questo a me fa molto male, per questo ci
tengo molto a fare questi incontri, a parlare con i genitori e ad
essere capita. Secondo me, visto che è impossibile essere perfetti,
cerchiamo di tenere la via centrale. Ma se dobbiamo cadere da una
parte o dall'altra, cerchiamo di cadere dalla parte dove c'è una
regola in più, invece di cadere dove c'è una regola in meno, perché
certamente faremo meno male ai nostri figli. Allora, a questo punto
mi trovavo nella necessità di dare una mano a questi genitori perché
non succeda questa cosa e qual è la cosa più semplice per recuperare
un ruolo in una famiglia? Cominciare a utilizzare le proprie
conoscenze poiché da lì partiremo; perché le regole le deve mettere
il papà e non il bambino, il papà che ha 20-30 anni di più, e perché
no, anche la mamma, perché ne sanno di più, perché sanno cosa va
bene per il loro bambino. L'importante è che loro sappiano questa
cosa, se ne rendano conto di sapere di avere qualcosa da dare al
loro bambino e quindi partiremo dalle regole. Quali? Qualcuno le
chiede a me, ma io non posso sapere le regole che valgono per il
signor Bianchi o per il signor Rossi. Posso dire che sono regole
particolari che vanno studiate per ogni famiglia e devono essere
mediate tra le esigenze della mamma e quelle del papà, possono
coincidere, ma non è detto che coincidano; e se non coincidono,
devono essere prese in considerazione entrambe, perché altrimenti il
genitore che viene lasciato fuori dalla porta, si vendica e boicotta
la realizzazione del progetto. Le regole devono essere poche perché
altrimenti non ci si sta dietro; la regola va fatta rispettare. Mi
capita alcune volte di vedere "I Simpson" con i miei figli. Un
giorno mi è capitato di vedere l'episodio in cui la mamma e il papà
di Bart vengono convocati dall'insegnante. Ad un certo punto la
mamma dice al papà di dargli un castigo tutte le volte in cui il
figlio fa qualcosa di sbagliato. La scena si fa bella, quando Bart
ne compie una delle sue e il papà gli dice, ora ti castigo. Il
piccolo ribadisce: "E' vero papà che tu potresti castigarmi ma
dovresti pensare un castigo, assicurarti che io lo faccia, seguirmi
per... non è più semplice sederti davanti alla televisione a
guardarti il tuo programma preferito?". E il papà dice... sì, è
vero, vai a giocare. Lo spezzone sottolineava il fatto che fare i
genitori è un lavoro, non è una roba che si fa perché i bambini
crescono da soli, è un lavoro grosso e le regole devono essere
poche, perché altrimenti cadete strada facendo, non ce la fate;
poche e utili, ma non regole messe lì per tutelare le ansie di
qualcuno... Il "non esci con i tuoi amici, perché se no sto in
ansia". Dove sta l'utilità di una regola di questo tipo? Lo teniamo
il figlio sotto chiave fino alla maggiore età e quando, a 18 anni
apriamo la porta, non sa nemmeno attraversare con il verde. A questo
punto non si capisce se la regola viene data per tenere tranquilla
la mamma, la quale altrimenti deve andare a dormire tardi, perché,
se la figlia va in discoteca, deve andare a prenderla. Dire di no
per tutti questi motivi... queste non sono buone regole. Diversa è
la faccenda se alla figlia si dice, no, tu non vai in discoteca,
perché hai soltanto 13 anni, oppure tu non vai in quella discoteca
perché è mal frequentata.
Non valgono nemmeno le regole che possono essere dettate dalla
nevrosi del padre o della mamma, che magari avevano il papà che di
regole ne metteva troppe. E allora si lavano le mani quaranta volte
al giorno e pretendono che i figli si lavino le mani 40 volte al
giorno. Mi è capitato un fatto così: una signora problematica faceva
la doccia ai figli alle sei di sera e dopo con il pigiama pulito non
potevano toccare più niente. E' un delirio. Non è arrivata la
signora da me, è arrivata la figlia anoressica a 8 anni.
Un'altra madre venne a dirmi che per ciò che riguardava le regole,
era tutto a posto: da quando era nata la bambina, aveva letto il mio
libro, l'aveva vestita di rosso o di blu, non le aveva dato mai la
nutella, non le aveva tagliato mai i capelli. La figlia, chissà
perché, aveva però ugualmente dei problemi. Ma sono regole quelle
della signora?
Riepiloghiamo, occorrono poche regole, utili o alla famiglia o al
bambino, regole che servono a qualcosa, mediate tra la mamma e il
papà e a durata illimitata da una parte, salvo modificarsi con l'età
dei figli. Non possiamo inventare regole per andare a dormire ogni
settimana. Se si decide che un bambino vada a letto alle 8,30 di
sera, saranno sempre le 8, 30, perché quella è una regola. Quando
alle 8,15 si mette il pigiama, si può dare una tantum per vedere un
film, solo se la regola è già entrata dentro, è stata digerita e
assimilata, altrimenti si torna indietro, quando si torna indietro,
ripercorrere tutto non è la stessa cosa, ci si mette il triplo di
tempo, è come se i ragazzini avessero proiettato il fatto nel
futuro, per cui se ci provano, ci riescono, ce la fanno e allora
saranno resistenti.
Messe le regole, cosa si deve fare per farle applicare. Alcuni
genitori infatti mettono le regole , ma non riescono a farle
rispettare dai loro figli. Questo è il vero problema. A tal
proposito tenete sempre presente la storia del divieto di sosta.
Fino a poco tempo fa la multa era di 20.000 lire e le macchine li
lasciavano ugualmente in divieto di sosta. Adesso si pagano 50.000
lire, ma le cinquantamila stanno diventando come le ventimila. Se
per esempio, bisogna lasciare libera la strada quando si tratta del
lavaggio della stessa, a Milano le persone scendono in strada
l'ultimo momento e spostano la macchina per non prendere la multa,
poiché è di 120.000.lire.
Poi c'è la perversione: le ganasce alle ruote. Se uno parcheggia in
centro, dove abita un personaggio famoso, allora i vigili mettono le
ganasce alle ruote, che vuol dire mezza giornata di lavoro, perché
bisogna andare a pagare la multa in centro, chiamare il
carroattrezzi, ritornare sul luogo del misfatto, togliere le ganasce
e finalmente si è liberi. Secondo me, potrebbe andare bene per un
passaggio con il semaforo rosso, mica per il divieto di sosta.
Riportiamo il discorso ai nostri figli, se ci sono delle regole, ci
devono essere delle multe. La multa deve essere un castigo, qualcosa
che colpisca il ragazzino in qualcosa che gli preme, che lui abbia
tutto l'interesse a non fare accadere, in modo che gli sia più utile
stare alla regola, che non stare. Insomma il castigo deve essere più
importante della soddisfazione che ogni tanto i ragazzi si prendono,
di fare arrabbiare il papà o la mamma. Non deve mai arrivare alle
ganasce alle ruote. Un castigo non deve mai essere più cattivo della
regola infranta, deve essere sempre a livello, se no che senso ha.
Fare i genitori allora implica avere tanta fantasia e tanto senso
dell'umorismo. Si tratta d'essere un po' creativi, tante volte per
trovare delle idee creative può essere utile far lavare i vetri di
tutta la casa. La prima volta gli piacerà anche, la seconda ci
penserà sei volte.
Adesso vorrei aggiungere rapidamente due cose su due argomenti
importanti: le nonne e la scuola.
Perché ho nominato insieme la nonna e la scuola? Perché hanno punti
in comune. Se, per esempio, si decide di andare in viaggio in
Turchia, se si vuole entrare nelle moschee, bisogna togliersi le
scarpe e anche voi lo farete. Da ciò possiamo capire che ogni Stato
ha le sue regole e i suoi castighi. In Italia si possono fare delle
cose che in Turchia non si possono fare. Per questo nonne e scuola
sono legate, sono Stati diversi, dove vigono altre regole che devono
essere rispettate, come quelle di casa. Perché in altri stati ci
sono delle autorità che hanno il dovere di mettere quelle regole o
di non metterle e di mettere i relativi castighi o di non metterli.
E' molto semplice per quanto riguarda la scuola, lo è molto meno per
quanto riguarda le nonne.
Anticipo alcune domande: cosa succede se il capo dello Stato A
chiamasi nonna, se invece di stare a casa sua , dove far saltare il
nipotino sul divano bianco e non gliene frega niente, forse perché
aspettava un maschietto da tre generazioni, va a tenere suddetto
nipotino nello Stato B, che è la casa dei genitori? Un bel
pastrocchio: questa è una cosa che io sconsiglio altamente; ognuno
stia a mettere le regole a casa propria... Perché è difficile? Io
dico sempre, provate a mettervi intorno ad un tavolo, provate, la
cosa più semplice sarebbe che le regole dello Stata A valessero
anche nello Stato B, nello Stato C ecc.. Ma, ahimè, le nonne sono le
mamme o della mamma o del papà e in quanto tali hanno dei
contenziosi, c'è una storia alle spalle di queste persone e
purtroppo tra la nonna della mamma, per esempio, la mamma e il
bambino, si crea molto spesso lo stesso triangolo che si crea tra
mamma, papà e bambino. Il bambino viene utilizzato a suo rischio,
pericolo e danno, per far pagare o far vedere di vincere una lotta
che è annosa, che dura da tanto fra la mamma e la sua mamma: stessa
cosa, pari pari, la posso dire tra il papà e la sua mamma.
I
nonni maschi, tanto di cappello, perché in genere si fanno i fatti
loro. Magari ci sono le eccezioni. Non discuto, però, per quel che
ho visto io, sono proprio bravi: si prendono i nipotini, se li
portano ai giardini, li portano in bicicletta, però, in linea di
massima, non hanno un granché da far rivalere sui figli. Non lo so,
probabilmente sarebbe opportuno che questi adulti, mamme , papà,
nonne e anche nonni si mettessero ogni tanto intorno ad un tavolo e
pensassero a concordare alcune regole. Per cui, andare a dire ai
figli che non capiscono niente, che non valgono niente, si offendono
e poi la fan pagare. Però e qui mi rivolgo alle nonne, cosa avreste
detto, se ai tempi vostri, la vostra suocera o mamma fosse venuta a
mettere il naso, non lo mettevano una volta il naso, perché adesso
dobbiamo star sempre lì a dire no, faccio meglio io, no, la merenda
gliela do io, perché se no non mangia e magari quei poveri genitori
sono lì a fare tutta una trafila per fargli provare il pesce, il
pesce che non vuol mangiare e invece il pesce fa bene, poi va dalla
nonna, si mangia il pane e nutella, alle sei e mezza, il pesce della
sera va ovviamente buttato via. Perché, cosa c'è sotto? La paura che
il nipotino perda due etti? No, non ci credo neanche se me lo
giurate. Questo lo lasciamo alle domande, torniamo un attimo alla
scuola, la stessa cosa succede con la scuola, allora perché andare a
dire, la sua maestra non capisce niente, se la maestra pretende di
far mangiare il minestrone a 15 bambini di tre anni (qualche volta
può sembrare masochismo!) e a casa il minestrone si può lasciare nel
piatto. Non è neanche una furbata, perché se voi dite, la tua
maestra non capisce niente, lei a scuola è l'autorità, è quella che
può mettere le regole. Se si può dire che l'autorità è discutibile,
i nostri bambini che sono molto intelligenti, grazie anche alla
televisione che quando bene usata è un gran bello strumento, fanno
presto a fare uno più uno, se il papà mette in discussione la
maestra, io posso mettere in discussione il papà, e la prossima
volta che il papà dirà qualcosa, lui dirà, per me non è così. Quindi
non bisogna mettere in discussione l'autorità, bisogna sempre
salvarla, sempre e soprattutto quella dei genitori. Bisogna salvarla
con tutto quello che sta succedendo adesso, con tutte le separazioni
che stanno avvenendo.
Nel pomeriggio scorso ho avuto in studio un papà che mi ha
raccontato una storia talmente assurda che non so se sia vera. Pare
che il papà sia andato a comperare degli stivalini alla figlia,
glieli abbia fatti scegliere... dopo di che la figlia li ha messi,
perché era col papà. Poi è andata a casa, è andata a dire alla
maestra all'asilo: "Ah, il mio papà mi ha comprato degli stivalini
bruttissimi, la mamma ha detto che fanno schifo e che non me li farà
mai mettere".
E storie
analoghe, perché me ne ha raccontate parecchie di queste cose, non
so nemmeno se siano vere. Mi sembra così assurdo che una mamma possa
non capire quanto male fa a un bambino distruggendogli la figura del
padre, però anche viceversa, perché i padri non sono meno carini di
così. La frase "quella troia di tua madre" è un classico, credete.
Io trovo che sia una cosa vomitevole, ma è classico, all'inizio
delle separazioni. Ma che senso ha? Questo innanzitutto: nessun
genitore deve mai mettere in discussione per nessun motivo la figura
dell'altro genitore, mai, nemmeno se questo è stato il partner
peggiore del mondo, prima di tutto ricordatevi, una qualsiasi
persona può essere un partner pessimo e contemporaneamente un buon
genitore e poi, comunque, anche se fosse un cattivo genitore, noi
dobbiamo aiutare i nostri figli a interiorizzare invece un genitore
buono, almeno finché non avranno 16-18 anni e si accorgeranno da
soli di che pasta è fatto, ma se ne accorgeranno loro e a questo
proposito non mi stancherò mai di dire, porca miseria, prima di
sposarvi e di fare dei figli, ma state attenti perché adesso c'è la
separazione e quindi uno, di chi sposa , può anche abbastanza
fregarsene, ma mentre noi possiamo separarci, i nostri figli non si
possono mica separare dal padre o dalla madre. Quello che gli
abbiamo dato, resterà quello per tutta la vita e allora se poi
facciamo i giochini di dire, quello stronzo di tuo padre e quella...
di tua madre ecc.. ma non potevano mica pensarci prima. Il rispetto
di un genitore con l'altro, dei genitori verso i nonni non deve
venire mai meno. Non è detto che debba essere oro colato, quello che
dicono i nonni, per carità, ma la figura del nonno e della nonna va
tutelata, la figura dell'insegnante va tutelata, le figure
autorevoli dei nostri figli devono essere rispettate anche da noi,
altrimenti i nostri figli non la rispetteranno, ma non rispetteranno
più neanche noi.
Da una conferenza
della Dott.ssa Giuliana Ukmar, nota anche per aver scritto il libro:
"Se mi vuoi bene, dimmi di no" tenuta Il 10 marzo 2000 presso
l'auditorium di Tione di Trento |